lunedì 8 agosto 2011

"Niente è più intatto di un cuore spezzato", da Piemme il romanzo della gente che non ci somiglia

Marianna Abbate
ROMA -  In questi giorni a Varsavia si celebra l'anniversario della rivolta del 1944. Ogni giorno seguo in televisione film e documentari che parlano della seconda Guerra Mondiale, e ogni giorno piango un poco per quei cuori spezzati, così giovani e così intatti. La lettura del romanzo di Vanna De Angelis, "Niente è più intatto di un cuore spezzato", edito da Piemme nella collana Voci, non poteva capitarmi in un momento più opportuno.


Perché la storia di Varsavia la conosco bene, conosco bene il misero destino di polacchi ed ebrei in una città uccisa da incursioni aeree e retate crudeli. Ho letto mille volte le lapidi attaccate ai palazzi ogni 100 metri che recitano cifre fredde di morti ammazzati. Quelle persone mi somigliano, somigliano anche a chi legge questo articolo. La loro vita ci somiglia: una bella casa, una tovaglia all'uncinetto e "una radio per sentire che la guerra è finita".
Nel romanzo della De Angelis c'è gente che non ci somiglia. Persone che vivono in modo totalmente diverso da noi. Nomadi, allegri, artistici e vaghi. Diversi persino dagli zingari con i quali abbiamo imparato a convivere in Italia, che ormai hanno ben poco di quello stile di vita gitano che tanto aveva affascinato i poeti. Gente che però si trova a vivere lo stesso dramma, lo stesso dolore e le stesse paure di quelli che hanno sempre avuto un libro sul comodino di noce accanto al letto.
E quei dolori, che spesso ci illudiamo di conoscere, assumono un volto nuovo. Sono accompagnati da suoni e da odori che non abbiamo mai sentito. Hanno nomi che non abbiamo mai letto.
Dusan e Radmila, giovani e innamorati, schiacciati da una storia più grande di tutto. Finiti in un campo di concentramento il cui nome non smetterà mai di terrorizzarci. Dove "il lavoro rende liberi".
E in tutto questo, così uguali agli altri, "senza capelli e senza nome", ancora inferiori, zingari.
Quanto tempo ancora prima che questo dolore ci diventi alieno come quello della Rivoluzione Francese, o dei morti nelle arene dell'Impero Romano? Quanto tempo passerà prima che qualcuno inneggi di nuovo alla guerra "unica pulizia del mondo"? 

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